novembre 28, 2017 0 Comments Mix & Match

Little black dress (#LBD)

Noi, già Donne in quest’era di Millennials, siamo sempre in cerca della Bellezza, che sia in uno scatto, in un filtro o in una story di Instagram. Fuggevole, ingannevole, vaga, multiforme, indefinibile. Vorremmo essere ogni volta qualcun altro, ma sempre nella nostra bellissima versione personale. Viviamo tante noi ogni giorno e scegliamo sempre la migliore da sfoggiare.

A lavoro – in banca, come su un set televisivo -, a casa da sole con l’IPhone, con le amiche davanti a un calice di Chardonnay, a cena al Bar Mare, a ballare (dall’Armani Privè, al Macao), quante cose che possiamo fare in un giorno, e magari (ci avete mai provato?) con lo stesso vestito! Sì, ma quale?

E se il migliore da scegliere, sin dalle 8 del mattino, fosse proprio quello lì? Sì, quello nella seconda anta a sinistra dell’armadio, appeso dopo la giacca blu Max Mara e il pantalone nero aderente di pelle. Si è lì, ed è un must have in tutte le stagioni: proprio lui, il little black dress.

Oggi più che mai, la moda, lo specchio dei tempi, ci mostra l’utopia, da sempre inseguita, del definitivo e possibile cambio d’identità. Diciamo “Adieu!” alla collezione monotematica, che annoia in un mondo caratterizzato da deficit dell’attenzione (e mano sullo smartphone), e diamo il ben venuto allo stordimento di un tripudio di modelle tutte diverse, in abiti che fanno a pugni tra loro! In passerella, così come fosse un giorno qualsiasi, a un orario indeterminato, nelle sale del Louvre, in discoteca, in università o in Piazza Duomo a Milano.

Le sfilate lo dicono chiaramente: possiamo essere chi vogliamo, quando lo vogliamo, in qualsiasi momento. Donne nell’era dei Millennials: camaleontiche per diritto di nascita e per diletto.

“Famiglia e Millennials” nella sfilata D&G, Marzo 2017

Nel frattempo, mentre ogni donna vive il fermento di affermarsi in tutte le sue diverse sfaccettature, la società, nei salotti delle televisioni, s’interroga su temi legati ai diritti di queste ultime. Si cerca di ridefinire quello che passa tra la molestia e lo stupro, mentre miliardi di donne sembrano gridare l’urgenza del bisogno di libertà. La libertà di non avere paura: di mostrare se stesse, il proprio talento, il proprio cervello, insieme alle gambe, la scollatura, il sex appeal, così come le forme morbide, le smagliature, il sedere piccolo o quello più rotondo.

Spike Lee, a cavallo tra questi due temi, centra l’obiettivo firmando un remake del suo primo film capolavoro, Nola Darling, trasformandolo in una Serie Tv targata Netflix, She’s gotta have it (dal 23 Novembre disponibile). Ambientato in una Brooklin dei nostri tempi, – meltingpot di storie, colori, stili di vita diversi -, il regista africano sembra voler riscrivere (in chiave contemporanea) quello che può definirsi il suo Manifesto contro la violenza sulle donne.

Nola Darling – She’s gotta have it – Spike Lee – Netflix

Nel terzo episodio della serie, Nola (Lola, nella versione italiana del primo film), dopo una molestia, cerca l’affermazione della sua libertà attraverso l’acquisto di un vestitino nero, #LBD: little black dress (titolo dell’episodio), che userà nell’arco di 24 ore in tre occasioni diverse, con tre partner differenti, sfoggiando tre look completamente opposti, tanto da poterla identificare in tre stereotipi di donne diverse. Nelle sue tre identità: donna dell’uomo d’affari, fidanzata di un fattorino delle pizze, amante di un narciso fotografo, Nola rimarrà comunque se stessa, desiderosa di sentirsi libera e mai dipendente da visioni maschilistiche del suo corpo, della sua arte, dei suoi pensieri. Purtroppo, non verrà comunque mai compresa, bensì sempre giudicata proprio per l’unico protagonista indiscusso: il mini black dress.

“Cerca la donna dentro il vestito, se non c’è la donna non c’è il vestito” (Coco Chanel)

Le dirà una sua anziana vicina di casa, l’unica a farle i complimenti senza giudicare cosa indossi.

Il vestitino nero, corto, aderente, scollato: dai tempi della seconda media si guadagna uno spazio nell’armadio di ogni donna. In velluto, raso, mussola, ma ormai anche in neoprene 90%, chiunque di noi ne ha comprato almeno uno. E, forse, almeno una volta, quella chiunque di noi si è sentita osservata, squadrata, spogliata, dagli occhi poco discreti di un uomo.

Il vestitino nero oggi diventa camaleontico come le donne e allo stesso tempo manifesto della loro libertà. Degno di essere portato in tutte le occasioni, con fierezza, magari sdrammatizzandolo con uno stivaletto colorato e un occhiale da sole, o impreziosendolo con una decolleté e un brillantino sul collo.

Non c’è tempo per fermarsi, e con un paio di cappotti e scarpe pronte in macchina ci si può sentire le più fighe dall’ufficio, e, perché no, fino all’after.


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