ottobre 23, 2017 0 Comments Food, Parole a Colazione

Parole a colazione – I ritorni di chi non ti aspetti

Ho sempre osservato i ritorni come figure mitologiche da conoscere in ogni loro aspetto. Ci sono ritorni attesi e ritorni sgraditi, quelli che desideri persa tra i mille volti di una stazione o un aeroporto e quelli che non vorresti mai tornassero. Perché non sempre il ritorno porta qualcosa di buono, strascico di un passato da dimenticare nella cantina polverosa dei ricordi sbiaditi dal tempo.

Tutti tornano. Con la coda tra le gambe ma tornano, statene certi.

Sono seduta al tavolo della mia piccola cucina, l’alba ha dipinto da poco il cielo con le sue sfumature pastello e i miei occhi ancora stropicciati di sonno implorano una pietà che non posso dar loro. Assaporo lentamente il tè nero bollente che stringo tra le mani per colazione e mi ritrovo a pensarci. La scorsa notte non è stata delle migliori, tra tempo che non si sa bene cosa voglia fare e incubi di svariato tipo e forma ad essere irrequieto è stato il mio sonno. Che da ristoratore si è inevitabilmente trasformato in un’estenuante sessione di allenamento psicologico notturno ma tant’è: anche dai sogni si impara sempre qualcosa.

Fuggivo da un ex. Ma non un ex importante, non quel primo grande amore che ancora oggi torna a farmi visita durante le notti per ricordarmi che lui è ancora lì, in quella stazione che ci ha visti adolescenti alla prese con la prima cotta. No, me la davo a gambe levate da un tipo che ho per lungo tempo dimenticato, memore di un periodo confuso da accantonare. Uno a cui non ho mai tenuto particolarmente, così invisibile che nel tempo ho rimosso ogni singolo particolare del legame che mi ha unita a lui per due mesi scarsi.

Non per difesa ma per semplice buon gusto. O per il semplice fatto che certe cose non essenziali le accantoni, le dimentichi. Le posi lì in un angolo e inesorabilmente scivolano nel limbo dei ricordi, di quegli episodi che lo stesso cervello rifiuta riluttante. Momenti sbadati, confusi, di transizione. Proprio come quelli che hanno diviso i miei diciannove anni dai venti. Un passaggio traumatico diventa un incubo fatto di corse, di abbracci da rinnegare, di atmosfere tetre e del disgusto che provo solo ad immaginarmi nuovamente vicino a chi mi ha gettato come carta straccia senza ritegno.

Ritorni e spettri del passato

Tornano tutti. Che ci crediate o meno lo fanno con la faccia tosta che si ritrovano e un coraggio indomito che quasi gli invidio. Qualche settimana fa nella posta di Facebook due richieste di messaggi hanno fatto capolino senza troppi complimenti e chiedere il permesso. Irruente come chi le ha spedite hanno nutrito quella che è stata la risata più generosa e amara degli ultimi tempi: d’altronde a chi ritorna dopo anni chiedendo di poterti parlare o, peggio ancora, farsi i fatti tuoi cosa rispondi? Ridi. Ridi tanto, forte, con il respiro che quasi ti manca e l’amarezza che si fa largo al centro dello stomaco.

Un ex è tornato alla carica dopo la bellezza di quasi otto anni. Non un mese, non due e nemmeno sei: otto anni. Otto, lunghissimi e travagliati, anni. Ne capitano di cose in un lasso di tempo così vasto eppure per chi torna sembra non essere cambiato nulla: tornano con il ghigno beffardo e la speranza travestita da certezza.

Stringono tra le mani un pugno di mosche e scuse che sanno di plastica, di finto. E implorano la tua attenzione, pretendono un perdono che tu non puoi concedere. Perché in fondo va così, hai ormai la tua vita, le tue conquiste te le sei sudate con fatica e sei cambiata. In meglio o peggio non è dato saperlo, ma sai per certo che il nuovo scudo che esibisci fiera è anche frutto delle esperienze passate. Di ciò che eri, hai vissuto e patito. Ogni graffio, ogni lacrima versata, ogni sera in cui hai voltato il tuo sguardo alle stelle cercando una risposta come un’impavida sognatrice dei tempi moderni. E ci sei rimasta male quando hai sbattuto contro porte che credevi aperte, ti sei appigliata alla forza che credevi di non avere quando da sola hai affrontato leoni e giungle, quando con le tue mani hai scavato in fondo a te stessa per capire cosa la tua vita volesse.

Tanto cambia in otto anni. Scorre la vita, il tuo sguardo si fa più duro e cinico, non sei più di quella di prima. Eppure ti vuole parlare. È tornato sulla piazza, single e solitario si aggira alla disperata ricerca di cuori freschi come un consumato vampiro di una storia già vista. Ti vuole parlare per chiederti scusa, che chissà poi ci scappa anche un caffè e tu ci caschi come nulla fosse.

Lui non sa e non può sapere quanti passi hai compiuto da quando, in una tiepida sera di Aprile, ti ha lasciata davanti al parcheggio di un Mc Donald’s. Dove ti ha prima rimpinzata spingendo sui tuoi punti deboli e poi si è nascosto dietro un sacco di scuse mentre il telefono continuava a squillargli. E tu lo sapevi che era lei, la ex. Quella che in realtà non aveva mai dimenticato ma che continuava a sentire perché dopotutto era stata una storia importante. E in fondo manco ti ritrovavi con uno così, vuoto di intenti e più confuso di quanto già non lo fossi tu in quel periodo.

Sei andata avanti. Non ci hai più pensato, sei cresciuta, lo hai persino dimenticato non abbandonandoti alle lacrime che non servono mai a nulla, come ti ripetevi ogni singolo giorno trascorso a leccarti le ferite. A cercare di dare un senso a quel cuore troppe volte danneggiato e ormai debole, miserabile voce fuori dal coro dal flebile lamento.

I ritorni che non ti aspetti

E che rinneghi con tutta te stessa, con la forza che non pensavi di avere ma che invece ti spinge verso altri orizzonti. Lontani da lui, dalle sue patetiche scuse. Il suono del click che rifiuta la richiesta e lo blocca seduta stante sul social blu ha il sapore di una liberazione, di una rivincita.

Peccato che qualche giorno dopo a tornare sia anche una presenza oscura del tuo passato. Quella che era la tua ex migliore amica delle medie, quella per la quale meritavi di rimanere sola a vita da vero scarto sociale quale ti considerava, ti spedisce per l’ennesima volta una richiesta d’amicizia. Facebook è la fiera dei ritorni inaspettati. Trovi spesso nomi del passato tra i suggerimenti d’amicizia e clicchi spassionatamente. Che non si sa mai, magari ha dimenticato, magari è così scema da accettare.

Invece no. Con un sorriso ampio e la leggerezza di chi sa la propria coscienza pulita, ho rifiutato per l’ennesima volta l’ennesimo ritorno sgradito. Archiviata lei e le umiliazioni subite dalla sua finta popolarità di quei tempi, i suoi insulti poco velati, le sue risatine di scherno. E la sua capacità di sentirsi costantemente onnipotente e onnipresente nella vita di chi ha cercato di distruggere.

I ritorni inaspettati, appunto. Quelli che non desideri, che non ti aspetti e che rifiuti con tutta te stessa. Perché sai benissimo essere nocivi e non necessari alla tua vita.

Di una cosa però sono certa. Le persone non sono cose che prendi e riponi quando e come ti pare. Non sono oggetti, non puoi lasciarle in stand by e poi tornare, pretendendo magari un perdono che non potrà esserti concesso.

Se vai via non torni. Se decidi di chiudere quella porta è per sempre, non c’è possibilità di pensarci, soprattutto a distanza di anni.

Le persone non sono cose ma involucri d’anime. Se entri nel mio cuore fallo in punta di piedi e chiedi il permesso. Il cuore è una pietra preziosa, non può essere sporcato da pensieri e gesti impuri.

Non puoi pretendere di graffiarlo, danneggiarlo, persino romperlo e poi chiedere scusa come nulla fosse. Non torna mai lo stesso una volta rotto. Né le persone lo faranno perché un abbandono può anche essere liberatorio ma rimane pur sempre doloroso. E non importa se non ti ho amato come volevi, se non era con te che dovevo percorrere il sentiero di questa esistenza, se per te non ero abbastanza.

Se abbandoni non voltarti indietro. E se torni non mi trovi, perché le persone non sono cose che ti aspettano fisse su di un mobile impolverato. Hanno gambe per procedere, occhi per ammirare il mondo e un cuore per provare ad amare ancora.

Se torni non mi cercare. Il telefono è muto, la linea interrotta. Se vai via non tornare. Perché le scuse non bastano, sanno di plastica e di finto. Ed io le scuse non voglio più, ho preferito staccare il telefono e concedere un’altra possibilità a me stessa.

Chi ama resta. Il resto sono solo scuse. Stupide, banalissime e finte scuse.