ottobre 5, 2017 0 Comments Food, Parole a Colazione

Parole a colazione – Questione di autostima

Ho tagliato i capelli.

Ci ho pensato stamattina quando a colazione, tra un cappuccino aromatizzato alla cannella e i soliti biscotti sparpagliati sul tavolo con mille parole nella testa, mi sono ritrovata faccia a faccia con questa riflessione nata di getto.

Ho tagliato i capelli.

I miei lunghi, floridi e bistrattati capelli. Giacciono inermi sul brillante pavimento del salone, spazzati via da un’orgogliosa parrucchiera che continua ad elogiarmi per il coraggio mostrato.

Ho optato per un Long Bob sfilato. Un taglio moderno, tanto in voga tra le star americane che ne hanno fatto un vanto e una moda di stampo internazionale. Non che mi faccia impazzire, ma lo trovo affascinante, giovane e sbarazzino. Proprio come il cambiamento che volevo partendo da una chioma a tratti ingestibile, lunga e priva di una forma definita.

Si dice che una donna tagli i propri capelli quando ha voglia di novità. Che sia appena uscita da una travagliata storia d’amore o abbia subìto le conseguenze di una bruciante sofferenza sul lavoro, il decalogo femminile delle buone maniere questo cambiamento lo esige. E lo fa principalmente per una questione di orgoglio o di autostima, quella che spesso manca in queste funeste occasioni.

Ho tagliato i capelli. Ci ho dato un taglio netto e deciso. E adesso allo specchio la mia immagine riflessa non concede sbagli né rimpianti: i tratti del mio volto, tondo e mai accettato del tutto, si espongono pericolosamente alla vista degli altri, rivelando occhi grandi nei quali c’è tutta l’incertezza del mondo e un sorriso timido, quasi accennato.

E un’altra volta, l’ennesima, non mi accetto. Non riesco a digerire quell’immagine che per me sarà sempre insufficiente, mai abbastanza. È come se sulla superficie liscia dello specchio la vera me si fosse deformata sotto il giudizio severo che mi impongo ogni volta e per qualsiasi cosa: da un banale restyling all’ultimo lavoro svolto. Non sono mai abbastanza.

Ho tagliato i miei capelli. E solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia stato un gesto forte da me voluto e imposto a me stessa. Perché era semplicemente ora di cambiare, di dare una scossa a quel giudizio stagnante dentro il quale affogo senza mai riemergerne del tutto.

Questione di autostima, mi ripeto. Di quella costruzione che sostanzialmente è presente in ciascuno di noi, forte e solida o traballante e debole. L’autostima me la immagino così, come una casa costruita dalle nostre mani, con i materiali che più preferiamo ma spesso e volentieri definita dalle parole degli altri.

Quegli altri per i quali non saremo mai del tutto abbastanza. C’è chi di autostima se ne intende così tanto che infischiarsene dei giudizi altrui è buona norma: fanno orecchie da mercante, forti e orgogliosi, difendendosi con lo scudo di ferro di un ego sconfinato. Fieri della loro indipendenza, sfoggiano con ineguagliabile vanto una patina dorata attraverso la quale è impossibile andare se non si lasciano fuori i giudizi, uno ad uno caduti contro la mastodontica forza di una personalità fatta di mattoni e cemento.

C’è chi di autostima ne ha poca, surclassata da una scarsa considerazione di sé stessi e alimentata ad intermittenza. Un giorno c’è, l’altro sparisce. Un giorno l’euforia sfiora il cielo, l’altro scava la fossa dove si nasconderà agilmente come la testa di uno struzzo. Ma c’è, esiste. Seppur nella sua esigua presenza, questa autostima è fatta di legno. Può nel tempo rovinarsi, può presentare difetti in superficie, ma regge. E quando le va si trasforma in una potenza che ai giudizi sbatte direttamente la porta in faccia.

E poi c’è chi di autostima ne soffre, patendone ogni singola conseguenza. E’ quello che io definisco come mal d’autostima,  ovvero un’insana mancanza di fondamenta sulle quali poggiare le poche certezze di cui noi incerti cronici ci nutriamo. In questo caso l’autostima non solo si manifesta ad intermittenza ma è così debole che anche un solo soffio di vento l’abbatte, riducendo la sua esile struttura ad un ammasso di carta e paglia.

Noi insicuri cronici coviamo una sensibilità rara, spesso incompresa e di cui in tanti abusano. Siamo quelli considerati deboli, incerti, con le gambe fatte di pongo. Che i passi li contano attentamente, lo sguardo rivolto al marciapiede e la paura dentro nascosta, alimentata dai giudizi che su di noi lasciano il segno.

Ho tagliato i capelli e l’ho fatto principalmente per un motivo: ero stanca di dovermi nascondere sotto il peso di una chioma pensata e voluta per rendermi invisibile agli occhi degli altri. Sono stata sempre quel tipo di ragazza per la quale la timidezza è una compagna di vita: insicura, avanzo sulla mia strada non guardando mai negli occhi chi mi parla e abbassando la testa in una sorta di difesa personale.

Si dice che è proprio nello sguardo la fonte della verità, lo specchio dell’anima. Io ho preferito nasconderlo per farmi meno male. Per farmi fare meno male.

Perché tutto alla fine si rifà agli altri. A quegli occhi scrutatori che ci scannerizzano ai raggi X relegandoci a stupide, inutili ed oltremodo faziose etichette. I materiali che l’autostima compongono negli insicuri cronici sono decisi dalle parole che gli altri dicono, da quello che pensano e ti fanno credere di essere.

I ‘’sì, però’’ che ti tagliano le gambe e tarpano le ali, impedendoti di proseguire; i ‘’non ce la farai mai’’ detti tra un sorriso al sapor di ipocrisia e una sottile cattiveria che destabilizzano; i ‘’sei una nullità’’, ‘’sei un fallimento’’, ‘’non vali nulla’’ che spezzano ogni sogno cibando l’amara realtà delle tue ambizioni. Quante volte siamo stati oggetto di giudizi e, feriti, ci siamo ritrovati su altri sentieri, altre destinazioni, rinunciando alla meta che ci eravamo prefissati? Quante volte ci siamo etichettati come gli altri volevano?

Tante. Troppe.

Non riesco ad accettarmi da quando ero solo una bambina. Mai abbastanza, mai niente di buono, mai utile a qualcosa. Grassa, bassa, brutta, povera, miserabile. Brava e intelligente sì, ma non popolare. Sola, ignorata, timida. Quante etichette ho ricevuto sul mio percorso, quante lacrime versate al buio della mia cameretta.

Ricordo con vivida precisione un episodio in particolare. Frequentavo la seconda media, come al solito isolata nel mio banchetto con la sola colpa di essere brava ma non alla moda, e i professori cominciavano a nutrire qualche dubbio sulla situazione in classe, insostenibile per chi promuoveva la socializzazione e il buon lavoro di gruppo. Alla domanda ‘’Perché non rendete partecipe la vostra compagna nei vostri lavori di gruppo o uscite?’’ fu lampante la risposta di un ragazzino. ‘’Perché non parla, è un mulo.’’ disse, umiliandomi sotto la pioggia di incessanti risate cadute sulla mia testa. Ogni goccia era come una lama che lenta si conficca nello sterno per privarti di tutto ciò che di buono hai.

Ero timida, non parlavo: questa la mia colpa. Una costante ripetutasi per anni, probabilmente per tutta la carriera scolastica, dalle elementari fino al diploma. Ero brava ma timida, ricca di talento ma vuota di popolarità. Tanto bastava per rendermi il brutto anatroccolo della situazione.

Per tanti ero la macchia nera della classe. Colei che andrebbe esiliata dal mondo intero, cancellata dalla faccia della Terra, ignorata sempre e comunque. Una fallita, come mi definì una simpatica compagna del liceo per la quale i bei voti non giustificano la mia promozione alla classe successiva. ‘’Ma l’avete vista? E’ orrenda! Brutta, non parla, scrive solamente. Puah, non ce ne facciamo nulla!’’ e di nuovo giù, nel fosso.

Di autostima parliamo anche quando il bullismo si fa largo nella già tua fragile incertezza. Sei carta velina quando, chiusa in un bagno a scuola, senti gli insulti scorrere sulla tua schiena mentre la testa si piega sotto i colpi di scopettone dati da tre figure vuote. Perse nella loro ignoranza.

Tutto passa, si dice. Ma così non è, certe cose difficilmente le cancelli. Puoi rimuoverle temporaneamente per farti meno male ma le ferite restano. E resta quel bruciore che non ti lascia in pace nemmeno la notte quando persino nei sogni ti nascondi, colpevole di colpe che non hai.

Di autostima ne soffro e continuo ad avvertirne ogni singolo colpo. Ecco perché non sono mai abbastanza, mai bella, mai sicura. Mai tutto. Spesso mi ritrovo ad attraversare strade di città senza avere la benché minima concezione di ciò che realmente mi circonda: ho ignorato monumenti, bellezze nascoste, volti e storie solo perché affondata nella mia stessa paura di essere in qualche modo ancora vittima di giudizi.

Oggi invece mi rendo un po’ più conto che nessuno mi giudica quando esco e mi approccio alla vita. Nessuno mi urla contro spiacevoli epiteti, nessuno mi definisce come ‘’orrenda cicciona’’, nessuno mi insegue per massacrarmi di parole e insulti. Sono ormai adulta, di chili ne ho persi abbastanza e il mio volto è lentamente cambiamento col tempo. Gli occhi però sono sempre i soliti: grandi e spauriti, persi nella mancanza di fiducia che ancora oggi mi accompagna. Sono la solita timida insicura ma la consapevolezza di non avere colpe lentamente affiora, prende forma e invoglia al cambiamento.

Per questo ho tagliato i capelli e con essi il passato. Espormi non è mai stato facile,  questa volta però accolgo la scommessa e prometto a me stessa di costruire una nuova autostima, accettando l’immagine di me riflessa allo specchio e valorizzando ogni singola capacità mi renda unica.

Ho scoperto il collo, la faccia, gli occhi. Qualcuno mi ha detto che non sembro nemmeno più io, altri che questo nuovo aspetto sbarazzino si adegua più alla mia personalità. Un fiore che sboccia, si mostra al mondo in un brillante colore e del sole capta ogni caldo raggio. La rinascita che mi sono imposta, anche se non è facile, anche se certi giorni vorrei solo nascondermi.

Ma cammino a testa alta ed osservo monumenti, scovo bellezze nascoste, accolgo volti sconosciuti e ne immagino storie e tratti. E’ bello camminare alla luce del sole. E’ bello sentirsi un po’ più parte del mondo, dire ‘’Ehy, ci sono anch’io!’’.

Ho tagliato i capelli e dovessi tornare indietro lo rifarei ancora. Per ribadire a me stessa che le etichette sono solo stupide parole dissolte nell’ignoranza, che non esistono solo queste per definirci. Siamo e possiamo essere molto di più. Siamo noi, quello che pensiamo, diciamo e vogliamo.

Costruitela questa autostima. Un mattone dopo l’altro, le mani sporche di cemento e la risata contagiosa. Anche se il vento soffia contrario, anche se le intemperie vi inzuppano i vestiti di negatività. Andate avanti, proseguite, non lasciate che i giudizi altrui abbiano il potere di cambiarvi in ciò che effettivamente non volete essere.

Non esistono ‘’sì, però’’ che tengano. Non esistono giudizi affrettati. Ci siete voi e la capacità di crederci ancora, di perseguire un obiettivo senza per questo sentirvi inadeguati, fuori dal coro. L’ambizione guida gli spiriti indomiti, il successo è di chi ci crede davvero.

Siate forti. La vita è la vostra, non degli altri. Sono le basi di una forte autostima. Quella che allo specchio non deve crollare ma migliorare, quella da cui tutto parte.

<<Stai benissimo con questo taglio, sai? Ti dona.>> mi ripete la parrucchiera, fiera del proprio operato. Sfodero uno dei miei migliori sorrisi, confermando la sua teoria.

<<Lo penso anch’io.>> mi limito a dire. Pochi minuti dopo sono in strada, leggera nel mio nuovo look. La gente passa, insegue le proprie vite, respira la tranquillità di paese. Li guardo e ogni dolore si spegne, tramutandosi in qualcosa di buono: non sono più quella ragazzina fragile e insicura. Oggi sono io. Con la mia autostima, la mia storia, i miei progressi e le mie sconfitte di cui non mi vergogno più.